PRE-ADOLESCENZA O MOMENTO PASSEGGERO?

Cari genitori, ho un bambino di 9 anni e quest’anno ha iniziato la 4 elementare. Sempre ottimi risultati, mai avuto problemi nel studiare e nell’apprendere… MA

da qualche mese (esattamente inizio della scuola), il bambino/ragazzo non mi s’impegna più!!!

E’ distratto, non finisce i compiti a scuola, e non porta i quaderni a casa. Si dimentica i libri che deve studiare a scuola, insomma UN DISASTRO.

Inoltre, in concomitanza a questo, è diventato più geloso di suo fratello, hanno 5 anni di differenza, ma è un continuo rimproverarmi che io do retta più a lui…

Insomma, ho deciso di affrontare la cosa. Analizziamo il problema:

- MANCANZA DI CONCENTRAZIONE

- FORTE GELOSIA

- SVOGLIATEZZA

Probabiili cause:

- RICHIESTA DI MAGGIORE ATTENZIONE

- PERDITA DI AUTOSTIMA

- STA CRESCENDO, SI SENTE DIVERSO (da bambino diventa ragazzino)

Cosa posso fare io?

- MAGGIORE ATTENZIONE: gli dedicherò delle giornate esclusive per lui, senza il fratello, fare cose da “grandi”

- CERCARE DI NON DARE AL PICCOLO SEMPRE LA RAGIONE

- COMPLIMENTARMI CON LUI AD OGNI COSA BEN FATTA SENZA DARE INVECE “TUTTO PER SCONTATO”

Vorrei però avere anche un vostro commento, sono giuste le mie considerazioni? Qualcuno di voi ci è già passato? Ringrazio in anticipo tutti coloro che vogliono intervenire, intanto io vado avanti su questa strada e vediamo di tirarlo fuori!

IN VACANZA CON I NONNI …

Aiuto, mio figlio va in vacanza coi nonni

A che età iniziare? Con che nonni mandarlo? Consigli e dritte per sopravvivere al distacco e per cercare di gestire la vita “sregolata” almeno da remoto. E tu come fai? Raccontacelo
Con gli asili chiusi e le madri al lavoro, i bimbi piccoli – in attesa della vacanza con la mamma e il papà – hanno per lo più un destino comune: la vacanza coi nonni. Pochi sfuggono a questa dinamica familiare, che riguarda soprattutto il mese di luglio. A parole sembra semplice, affidare il proprio figlio alle cure dei nonni, pur di farlo sfuggire alla canicola della città. Ma poi, al momento di organizzare davvero la trasferta, le cose vanno pianificate e pensate per bene, senza trascurare nessun aspetto. Perché la decisione di allontanarsi dal proprio piccolo non è facile per nessun genitore, anche se per brevi periodi. E quindi meglio sarebbe parlarne prima col proprio pediatra , per capire insieme se lo stato di salute e psicologico del bimbo consente una scelta di questo tipo. In genere la risposta è positiva: gli psicologi infantili e i pediatri concordano nel fissare l’età media in cui iniziare questo distacco per le vacanze intorno ai 18 mesi . Prima potrebbe essere un po’ presto. Ma ci sono parecchi pareri contrari di genitori che hanno sperimentato la formula vacanza coi nonni anche quando il figlio era più piccino e non hanno riscontrato alcun problema. L’importante è che la coppia decida in modo sereno e complice se fare questa prova. Ogni piccola difficoltà si sistemerà di conseguenza. Compresa la sensazione di smarrimento che vi colpirà al mattino quando, suonata la sveglia, andrete nella cameretta, vedrete il suo lettino e la casa vi sembrerà vuota. Ma se sarete compatti e uniti, cercherete come genitori di vedere il lato positivo della decisione: state facendo il suo bene. E poi il fine settimana arriva in fretta.

Ma con chi far partire il proprio piccolo? A chi affidarlo? E qui scattano spesso discussioni talvolta anche feroci in famiglia. Entrambi i nonni vanno bene, ovvero sia i nonni materni, sia i nonni paterni, ma meglio sarebbe se avessero tutti una frequentazione piuttosto continua con il bambino. Ovvero che consocessero le sue abitudini, le sue particolarità, e che per il piccolo siano familiari, vale a dire persone con cui trascorre il tempo volentieri. Più spesso – inutile negarlo – la scelta ricade sui genitori della mamma, ma solo perché sono quelli che passano più tempo con il nipote durante l’anno e tante volte sono loro che lo curano a tempo pieno mentre la mamma e il papà sono al lavoro. Ma se il rapporto con i nonni paterni è consolidato, è una buona scelta, o anche solo per rinsaldarlo, affidarli per un periodo anche a loro. Non tutte le mamme saranno d’accordo su questo punto, lo saranno di più i padri. Perché? Semplice. Spesso alla propria mamma, la madre può dire in modo più diretto cosa vuole che il bambino non faccia, che regole deve mantenere anche nella più rinomatamente sregolata vita coi nonni. Le mamme si sentono solitamente più sicure e serene quando il piccolo è via con la propria madre, e molto spesso vivono in modo non del tutto tranquillo la vacanza coi nonni paterni. Ma tant’è: per quieto vivere è meglio chiudere un occhio davanti a qualche piccolo inadempimento o raccomandazione disattesa, a fronte di una vita di coppia più serena.

Un altro consiglio che spesso danno i pediatri va a braccetto col buon senso: quando i bambini sono molto piccoli, è meglio che la vacanza coi nonni sia pianificata in un posto non molto lontano dalla città dove vivono i genitori, in modo che per ogni evenienza possano – entrambi o anche uno solo di loro – raggiungere il proprio piccino. Senza per forza dover aspettare il week end.

Infine se si affitta una casa in un posto di villeggiatura nuovo, meglio procurare per tempo ai nonni-tata tutti i riferimenti utili (dal pediatra alla farmacia, dal supermercato alla baby sitter, e così via). Un ultimo consiglio: scrivete su una lavagnetta una sorta di decalogo delle regole (poche, ma ferme) che vorreste fossero rispettate durante la vostra assenza. Così i nonni non potranno accampare scuse. E avrete tutto il diritto di arrabbiarvi se arrivando a sorpresa troverete i vostri figli svegli alle undici di sera a vedere la tv o sommersi da decine di giocattoli nuovi comprati uno al giorno, a ogni cenno di richiesta del bimbo.

Antonella Laudonia

http://viaggi.libero.it/news/aiuto-mio-figlio-va-in-vacanza-coi-nonni-ne2357.phtml

MAMMA A TEMPO PIENO … PERCHE’ NO??

Ciao a tutte ragazze, mi rivolgo a Voi perchè in questo periodo mi saltano all’occhio tanti articoli, notizie e lettere di Mamme che vorrebbero stare a casa con i propri figli a Tempo Pieno.
Il lavoro a volte non è compatibile con la famiglia. Quanti sacrifici si fanno per conciliare casa, figli, scuola, attività sportive, e lavoro…
Conosco mamme che affidano i loro bambini alla tata o ai nonni, la casa alla donna delle pulizie, per andare al lavoro, e magari un lavoro che non le soddisfa appieno, dove non hanno motivazione e riconoscimenti. Allora io mi chiedo, perché non pensare alla qualità di vita.
Non voglio entrare nel singolo caso, ci sono famiglie che hanno bisogno, che hanno un mutuo e se non lavorano in due non vivono. Ci sono casi in cui c’è la cassa integrrazione che incombe … insomma ogni caso è a sé. Ma il giusto compromesso sarebbe un bel lavoro part time, magari 4 ore o 6 ore, e avere il tempo da dedicare alla casa ai figli … e perché no, anche alle mamme stesse. Volete mettere il benessere psicofisico di una mamma in forma, ne giova tutta la famiglia, bambini e vita di coppia!!!
Ma purtroppo in Italia il part time è visto ancora come uno scoglio, come un “grosso” problema. Molti datori di lavoro non assumo mamme con bambini piccoli, e se le assume pretendono che queste mettano al primo posto il lavoro (conosco un caso in cui una mamma aveva il piccolo di due anni a casa con la varicella, e il bambino piangeva perché voleva la sua mamma, povero soffriva. La mamma al telefono con il piccolo, piangevano tutti e due, e il capo dietro che le diceva che non era in pausa…)
Insomma care Mamme da voi vorrei avere dei commenti in merito.
Chi ha preso la decisione a due mani e ha deciso di stare a casa, facendo sacrifici ma felice dentro? Chi si è pentita? Chi vorrebbe farlo ma non può…
Chi invece non lascerebbe mai il proprio lavoro…
Chi invece è in cerca ma non trova?
A voi la parola…

LETTERA ALLA GELMINI

Gentile Ministro Gelmini,
l’altro giorno, leggendo la sua intervista sul Corriere della Sera, in cui
dichiarava che l’ASTENSIONE OBBLIGATORIA DOPO IL PARTO è un privilegio, sono
rimasta basita.
Che lei fosse poco ferrata sui problemi dell’educazione, non era necessaria
la laurea in pedagogia, che io possiedo e lei no, o i tre corsi post laurea,che
io possiedo e lei no, visto quello che sta combinando alla scuola statale. 

Ma almeno speravo avesse competenze giuridiche, essendo lei avvocato ed Io
no. 

Certo, dato che lei, ora paladina della regionalizzazione, si è abilitata in
“zona franca” (quel di Reggio Calabria), perché più facile (come da lei con
un’ingenuità e candore imbarazzante affermato), lo si poteva supporre. 
 

E allora, prima le faccio una piccola lezione di diritto, e poi parliamo
d’educazione. 

L’astensione dopo il parto, sulla quale lei oggi con tanta leggerezza
motteggia, è definita OBBLIGATORIA ed è un diritto inalienabile previsto da
quelle leggi, per cui donne molto più in gamba di lei e di me, hanno combattuto
strenuamente, a tutela delle lavoratrici madri. 
 

Discorso diverso è il congedo parentale, di cui si può fruire, dopo i tre
mesi di vita del bambino, per un totale di 180g, solo in parte retribuiti
integralmente. 

Ovviamente per persone come lei, con un reddito di oltre 150.000 euro l’anno
pari quasi a quello del governatore della California Arnold Schwarzenegger,
discutere di retribuzione, in questo caso più che un privilegio, è un’eresia. 

Ovviamente lei non può immaginare, perché può permettersi tate, tatine, nido”
aziendale” al ministero, ma LA GENTE NORMALE, che lei dice di comprendere,ha a
che fare con file d’attesa interminabili per nidi insufficienti e costi
per babysitter superiori a quelli della propria retribuzione. 

Voglio dirle una cosa però, consapevole che le mie fermazioni susciteranno
più clamore delle sue, DA PEDAGOGISTA E DA ESPERTA, affermo che fruire
dell’astensione OBBLIGATORIA oltre che un DIRITTO è anche un DOVERE, prima di
tutto morale e poi anche sociale. 

Come vede ho più volte sottolineato la parola OBBLIGATORIA, che già di per se
dovrebbe suggerirle qualcosa. 

Ma preferisco spiegarmi meglio, anche se è necessaria una piccola premessa
doverosa. 

Lei come tante donne, crede che l’essere madre, anche se nel suo caso da
pochi giorni, le dia la competenza per parlare e pontificare su educazione e
sviluppo del bambino, ai quali grandi studiosi hanno dedicato anni e anni di
studio. 

In realtà, per dibattere sulla pedagogia, oggi chiamata più propriamente
SCIENZE DELL’EDUCAZIONE, bisogna avere competenze specifiche, che dalle sue
dichiarazione lei non sembra possedere. 

Le potrei parlare della teoria sull’attaccamento di Bowlby, dell’imprinting,
e di etologia, ma non voglio confonderle le idee e quindi ricorro ad esempi più
accessibili. 

Basta guardare il regno animale per rendersi conto come le femmine di tutte
le specie non si allontanano dai cuccioli e dedicano loro attenzione massima e
cura FINO ALLO SVEZZAMENTO Non è una legge specifica relativa agli umani,ma
della natura tutta. 

Procreare, infatti, implica delle responsabilità precise, è una scelta di
vita, CHE SE CAMBIA IL COMPORTAMENTO ANIMALE, A MAGGIOR RAGIONE CAMBIA LA VITA
DI UNA DONNA. 

Sbaglia chi crede che l’arrivo di un figlio, non comporti cambiamenti nella
propria vita. 

Un bambino non chiede di nascere, fare un figlio non è un capriccio da
togliersi, ma una scelta di servizio, di dono di se stessi e anche del proprio
tempo. 

Non sono i figli che devono inserirsi nella nostra vita, siamo noi che
dobbiamo cambiarla per renderla a loro misura. 

Se non facciamo questo, potremmo fare crescere bambini soli, senza autostima
e con poca sicurezza di sé.
Bambini affamati di attenzioni, perché non gliene è stata data abbastanza nel
momento in cui ne avevano massimo bisogno, cioè i primi mesi di vita. 

L’idea che non capiscono niente, che non percepiscono la differenza ad
esempio tra un seno materna e un biberon della tata, è solo nostra.
Ciò non vuol certo dire che tutti bambini allattati artificialmente o che
tutti bambini con genitori che tornano subito a lavoro, saranno dei
disadattati. Ma bisogna fare del nostro meglio per farli crescere bene, come
quando in gravidanza assumevamo l’acido folico, per prevenire la “spina
bifida”. 

I bambini hanno nette percezioni, già nel grembo materno. 

L’idea, che se piangono non si devono prendere in braccio “perché si abituano
alle braccia”, è un luogo comune. 

Le “abitudini” arrivano dopo i 6 mesi, fino ad allora è tutto amore. 

Non è un caso che studi recenti, riabilitano il cosleeping, (dormire nel
lettone) e i migliori pediatri sostengono la scelta dell’allattamento a
richiesta. 

Il volere educare i bambini inquadrandoli come soldati, già dai primi giorni
di vita, non solo é antisociale, perché una generazione cresciuta senza il
rispetto dei suoi ritmi di crescita può essere inevitabilmente compromessa,
ma è un comportamento al di fuori delle più elementari regole umane e
naturali. 

Poi è anche vero che per molte donne, tornare a lavorare subito dopo il parto
sia una necessità assoluta. 

Ma per questo problema dovrebbe intervenire adeguatamente lo Stato e non
certo con affermazioni come le sue. 

Mi rendo conto che il suo lavoro le permette di lasciare la bambina,
rilasciare interviste di questo tipo (di cui noi non sentivamo la >necessità) e
tornare con comodo da sua figlia. 

Ma ci sono lavori che richiedono tempi e una fatica fisica e mentale che lei
non conosce. Tempo che sarebbe inevitabilmente tolto ad un neonato che ha
bisogno di una mamma “fresca”, che gli dedichi la massima attenzione. 

Noi donne infatti, se spesso per necessità ci comportiamo come Wonder Woman,
poi siamo colpite da sindrome di sovraffaticamento.
E non è vero che è importante la qualità e non la quantità:
perché la qualità del tempo di una mamma da pochi giorni, che rientra nel
tritacarne della routine quotidiana, aggiungendo il carico della gestione di un
neonato, può essere compromessa. 

Perché un bambino non dovrebbe scegliere tra qualità e quantità, almeno nei
primi mesi, dovrebbe disporre di entrambe le cose. 

Per non parlare poi del fatto, che se un genitore non può permettersi
qualcuno che tenga il bambino nella propria casa, nel corso degli spostamenti,
lo espone, con un bagaglio immunologico ancora carente, alle intemperie o alle
inevitabili possibilità di contagio presenti in un nido. 

Infatti, è scientificamente provato che i bambini, che vanno al Nido troppo
presto, o che non vengono allattati al seno, sono più soggetti ad ammalarsi,
con danno economico sia per le famiglie che per il sistema sanitario. 

Poi per carità, si può obiettare, che ci sono bambini che si ammalano anche
in casa, o come succede anche ai bambini allattati al seno, ma è come dire ad
un medico, che giacché si è avuto un nonno fumatore campato 100 anni, non è
vero che il fumo fa male. 

Bisogna dunque incentivare i comportamenti da genitore virtuoso, anche con la
consapevolezza che i bambini non sono funzioni matematiche, ma si può fare
molto, per favorire una crescita armoniosa, già dalla prima infanzia, se non
addirittura durante la gravidanza. 

E allora le domando Ministro, di svolgere il suo ruolo importante
istituzionale con maggiore serietà, cercando di evitare affermazioni fuori
luogo come questa, o come quella secondo cui “studiare non è poi così
importante”, prendendo Renzo Bossi come esempio. 

Si dovrebbe impegnare di più nell’analisi dei problemi, per evitare
valutazioni errate e posizioni dannose per lei, per gli altri e per il paese. 

Perché forse qualcuno potrebbe aver pensato che tutto sommato il suo era un
ministero poco importante, che se guidato da un giovane ministro senza
competenze specifiche, “non poteva arrecare grossi danni”, soprattutto
obbedendo ciecamente ai dettami del Tesoro, ma lei con la sua presunzione di
voler parlare di cose che non conosce, sta contribuendo a minare il futuro di
un’intera generazione. 

Un’ultima cosa, lei che di privilegi se ne intende bene, essendo un politico
la usi con maggiore pudore questa parola. 

05-05-10 Rosalinda Gianguzzi

MAMME CHE LAVORANO

Una mamma che lavora, come tante, e come tante che si lamentano, che non passano abbastanza tempo con i figli, che il marito non le capisce… sempre la stessa storia.

Insomma, il dilemma è sempre quello: come conciliare lavoro e famiglia?

L’altro giorno parlavo con una mamma che ha lasciato il lavoro di direttore commerciale perchè le erano venuti attacchi di panico… 2  baby sitter (in caso di emergenza), donna di servizio tutti giorni, frequenti viaggi in giro per il mondo, insomma una donna in carriera. Beh a Maggio ha fatto un anno che è a casa. Si è licenziata, ha preso il famoso “anno sabbatico” e a sentire lei non tornerebbe (e non torna!!!) più indietro. Fa la mamma, gestisce casa ecc… ma, come sempre c’è un ma, si è rovinato un pò il rapporto con i figli. Cioè, lei dice che ormai i suoi figli (un maschio ed una femmina), essendo la mamma sempre a loro disposizione, non hanno più “rispetto” (nel senso meno importante della parola). Sanno che lei è sempre presente e non si preoccupano più di stare con lei. Quando era sempre fuori, quando lavorava e stava giorni fuori casa, loro avevano voglia e desiderio di stare con lei. Perchè il rapporto è cambiato, perchè adesso tutto è dovuto.

Insomma, come dicevo, ci lamentiamo sempre di qualcosa, non siamo mai contente. Ma una cosa è certa: in tutte le cose c’è una scelta, quindi andiamo in fondo al nostro cuore e cerchiamo di capire qual’è la nostra strada.

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